Coccodrillo per Harry Sibelius (Richmond 1949 – Richmond 2014)

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Furono le letture di Norman Spinard e di Philip K. Dick e forse la posteriore riflessione su un racconto di Borges a indurre Harry Sibelius a scrivere una delle opere più complesse, più dense e probabilmente più inutili dell’epoca. Il romanzo, perché proprio di un romanzo si tratta e non di un libro di storia, è in apparenza semplice. Il presupposto è questo: la Germania, alleata con l’Italia, la Spagna e la Francia di Vichy, batte l’Inghilterra nell’autunno del 1941. Durante l’estate successiva viene sferrato un attacco di quattro milioni di soldati contro l’Unione Sovietica. Quest’ultima capitola nel 1944, ma alcune ridotte siberiane portano avanti una guerra a bassa intensità. Nella primavera del 1946 truppe europee dall’est e giapponesi dall’ovest attaccano gli Stati Uniti. Nell’inverno del 1946 cadono New York, Boston, Washington, Richmond, San Francisco, Los Angeles; la fanteria e i panzer tedeschi attraversano gli Appalachi; i canadesi indietreggiano verso l’interno del paese; il governo degli Stati Uniti si installa a Kansas City e la sconfitta plana su tutti i fronti. Nel 1948 c’è la capitolazione. L’Alaska, parte della California e parte del Messico passano al Giappone. Il resto fa parte dell’America occupata dalla Germania. Tutto quanto accade in precedenza Harry Sibelius lo spiega svogliatamente nelle prime dieci pagine dell’introduzione. Quest’introduzione (in realtà una sorta di date chiave per collocare rapidamente il lettore nella storia) si intitola Volo d’uccello. A partire di qui inizia il romanzo, Il vero figlio di Giobbe, 1.333 pagine, specchio nero de L’Europa di Hitler, di Arnold J. Toynbee.

Il libro è strutturato sul modello dell’opera dello storico inglese. La seconda introduzione (in realtà, l’autentico prologo) si intitola L’inapprensibilità della Storia, esattamente come il prologo di Toynbee; la frase di quest’ultimo: «La visione dello storico è sempre e comunque condizionata dalla sua stessa ubicazione nel tempo e nello spazio; e siccome il tempo e lo spazio sono in continuo mutamento, nessuna storia, nel senso stretto del termine, potrà mai essere un racconto permanente che narri, una volta per sempre, tutto in modo che sia accettabile per i lettori di ogni epoca, nemmeno per ogni parte della Terra» costituisce uno dei motivi di riflessione intorno a cui ruota il prologo di Sibelius; le sue intenzioni, naturalmente, differiscono da quelle di Toynbee. Il professore inglese in ultima istanza lavora affinché il crimine e l’ignominia non cadano nell’oblio. Il romanziere virginiano a tratti sembra credere che in qualche parte «del tempo e dello spazio» quel crimine si sia assestato vittoriosamente e procede, quindi, a inventariarlo.

La prima parte del libro di Toynbee si intitola La Strutura politica dell’Europa di Hitler, quella di Sibelius, La struttura politica dell’America di Hitler, entrambe constano di sei capitoli, ma ciò che in Toynbee è realtà, in Sibelius è un riflesso distorto attraverso un perfetto intreccio di storie. I suoi personaggi, che certe volte sembrano tratti da un romanzo russo (Guerra e pace è tra i suoi libri preferiti) e certe altre da un cartone animato, si muovono, parlano, vivono seppur  il più delle volte senza la minima continuità, in capitoli largamente antiromanzeschi,  come il quarto, Amministrazione, nel quale Sibelius immagina fin nei minimi particolari la vita 1) nei territori annessi, 2) nei territori posti sotto un capitano civile, 3) nei territori aggregati, 4) nei territori occupati, e 5) nelle Zone delle Operazioni.

Non è raro che a un personaggio dedichi venti pagine, e per di più venti pagine solo per presentarlo al lettore con le sue caratteristiche fisiche, morali, i suoi gusti gastronomici e sportivi, le sue ambizioni e frustrazioni, e poi che il personaggio non ricompaia più per tutto il resto del romanzo, mentre altri personaggi appena nominati, quasi di sfuggita ricompaiano più volte, in luoghi geograficamente distanti e con occupazioni diverse quando non chiaramente opposte e incompatibili. Le sue descrizioni del funzionamento della macchina burocratica sono implacabili. Il quarto capitolo della seconda parte, I Trasporti, suddiviso in a) La situazione dei trasporti tedeschi e americani allo scoppio della guerra, b) Gli effetti della guerra sui trasporti tedeschi e americani, c) I metodi tedeschi di controllo dei trasporti in tutta l’America, e d) Organizzazione tedesca dei trasporti americani, duecentocinquanta pagine in tutto, risulta noioso per qualsiasi lettore non qualificato.

Non sempre le sue storie sono originali. I suoi personaggi non lo sono quasi mai. Nel terzo capitolo della seconda parte, L’industria e le materie prime, capita di incontrare Harry Morgan e Robert Jordan, tratti da Hemingway, accanto a figure dei romanzi di Robert Heinlein e trame prese dal Reader’s Digest. Nel settimo capitolo, Le finanze, apparato b) Lo sfruttamento tedesco dei paesi stranieri, il lettore più avveduto riconoscerà (talvolta Sibelius non si perde neppure il disturbo di cambiare i nomi!) i vari Sartoris, Benbow e Snopes di Faulkner (nel sottocapitolo “Le Reichkreditkassen”), Bambi di Walt Disney  e Myra Breckinridge e John Cave di Gore Vidal (in “La requisizione dell’oro e dei beni stranieri”), Rossella O’Hara e Rhett Butler accanto agli Hersland e ai Dehning di Gertrude Stein –il che spinge un critico mordace a domandarsi se Sibelius fosse l’unico americano ad avere letto The Making of teh Americans – (in I costi di occupazione e altre imposizioni di tributi), diversi personaggi di Dos Passos insieme all’Holly Golightly di Capote e a Ripley, Charles Bruno e Guy Daniel Haines di Patricia Highsmith (in Gli accordi di Clearing), Sam Pase di Hammett e Eliot Rosewater, Howard Campbell e Bokonon di Kurt Vonnegut (in La manipolazione delle valute) e Amory Blaine, il Grande Gatsby e Monrsoe Stahr di Scott Fitzgerald insieme a figure tratte dalle poesie di Robert Frost e Wallace Stevens, vale a dire personaggi piuttosto astratti, parziali, composti di luci e di ombre (in Il controllo tedesco del sistema bancario americano).

Le sue storie, le mille storie che s’incrociano senza causa né effetto apparente nel Vero figlio di Giobbe, non obbediscono a un piano ordinato, non aspirano (come ha assurdamente suggerito un critico di New York paragonando il romanzo a Guerra e Pace) a dare una visione d’insieme. Le storie di Sibelius accadono perché accadono, e basta, sono il frutto di un caso abbandonato alla sua inerzia, sovrano, fuori del tempo e dello spazio umani, quasi agli albori di una nuova era nella quale la percezione spazio-temporale comincia a subire una metamorfosi radicale e addirittura ada annullarsi. Sibelius ci parla dell’ordinamento politico, economico e militare della nuova America ed è intellegibile. CI parla del nuovo ordine religioso, razziale, giudiziario, industriale con obiettività e chiarezza. Il suo forte è l’Amministrazione. Ma quando i suoi personaggi, presi a prestito o meno, quando le sue storie, prese a prestito o meno, invadono e sovrastano la macchina burocratica che con tanto sforzo lui stesso ha messi in moto, è lì che raggiunge, allora sì, i più alti traguardi narrativi. Nella confusione delle sue storie –nella loro inevitabilità- si trova il miglior Sibelius. L’unico Sibelius, almeno per quanto attiene alla letteratura.

Dopo la pubblicazione del romanzo, Harry Sibelius si ritirò silenziosamente come era arrivato. Scrisse articoli per varie rivistee fanzine di wargame degli Stati Uniti. E collaborò alla progettazione di alcuni giochi: un Antietam, un Chancellorsville, un Gattysburg operazionale, un Wilderness 1864 tattico, uno Shiloh, un Bull Run…

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