Sono morto a causa di una serie infinita di coincidenze

“Tutto è stato detto cento volte
E molto meglio che da me
Sicché quando scrivo versi
E’ che ciò mi diverte
E’ che ciò mi diverte
E che ciò mi diverte e vi cago sul naso”

(Boris Vian, Tutto è stato già detto cento volte)

 

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Nel romanzo che porta il suo nome, Martin Eden si uccide gettandosi nell’oceano dopo aver letto una poesia di Longfellow.

“Il mare è immobile e profondo;
dormono le creature che abitano nel suo seno;
un solo passo e tutto è finito,
un tuffo, una bolla, e più nulla”

La cosa non è certissima, ma pare che anche Jack London  sia morto suicida, stroncato da un’overdose di antidolorifici più o meno sette anni dopo aver scritto Martin Eden.

Io ho letto un sacco di poesie e di romanzi di Jack London, ma sono ancora vivo e non penso mai al suicidio.

Pure Hugo Pratt ha letto qualcosa di London, e in un paio dei suoi fumetti spuntano figure prese in prestito da “Le mille e una morte“. Pierre La Reine nelle tavole di “Teste e funghi” e Subienkow nel racconto “Perdifaccia” condividono lo stesso destino.Entrambi, infatti, riescono ad uccidersi prima che il boia possa cominciare a torturarli. I mirmidoni, in Ovidio, fanno esattamente la stessa cosa: si impiccano in massa per non soffrire l’agonia della peste. Ovidio è nato un bel po’ di tempo prima di Jack London. E Jack London, a sua volta, è morto molto prima che nascesse Hugo Pratt. Nel 1995, più o meno nello stesso periodo in cui è scomparso Pratt, Daniel Pennac aveva praticamente già concluso il ciclo di Malaussène. In uno dei libri della saga, un uomo barbaramente torturato arriva a  pensare che nemmeno la morte posso liberarlo dal dolore.

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Ho letto un sacco di romanzi di Jack London  e di Pennac ma non penso quasi mai alla tortura e neppure ad ammazzarmi. Forse anche perché ascolto sempre un po’di musica che, come si sa, fa molto bene ai nervi e scaccia le ossessioni. Quando ascolto “La guerra di Piero“, di Fabrizio De Andrè, ad esempio, mi viene subito in mente Jack London. De Andrè magari non lo sapeva neppure, ma il tema del soldato che tentenna di fronte al nemico, perde l’occasione di sparare per primo e poi viene ucciso dall’altro, era già stato proposto da London in un racconto intitolato “La guerra“.

Ho letto un sacco di libri di Jack London, di Borges e di Pennac ma non penso quasi mai alla guerra, e nemmeno ad ammazzarmi. Forse perché  ascolto sempre un po’ di musica che, come si sa, fa molto bene ai nervi e scaccia le ossessioni. Certe volte, ad esempio, metto su qualche canzone di Boris Vian,  e mi viene in mente Jorge Luis Borges. Nei primissimi anni 50, Vian -che nella vita non aveva studiato da letterato ma da ingegnere- scrisse una piccola poesia intitolata “Tutto è stato detto cento volte“. Borges, che sulla faccenda dell’infinito e della ciclicità del tempo la sapeva lunga, piu’ o meno nello stesso perido, scriveva “Altra poesia dei  doni”.

Ho letto un sacco libri di Jack London, di Borges e di Vian. Quelli di Borges non li ho capiti sempre alla perfezione ma non penso di ammazzarmi. Anche perché, a dar retta a lui,  in qualche modo sono già morto.

“Per Whitman e Francesco d’Assisi, che già scrissero questa poesia
Per il fatto che la poesia è inesuribile
E si confonde con la totalità degli esseri
E non giungerà mai all’ultimo verso
E muta secondo gli uomini”

(Jorge Luis Borges, Altra poesia dei doni)

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Coccodrillo per Harry Sibelius (Richmond 1949 – Richmond 2014)

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Furono le letture di Norman Spinard e di Philip K. Dick e forse la posteriore riflessione su un racconto di Borges a indurre Harry Sibelius a scrivere una delle opere più complesse, più dense e probabilmente più inutili dell’epoca. Il romanzo, perché proprio di un romanzo si tratta e non di un libro di storia, è in apparenza semplice. Il presupposto è questo: la Germania, alleata con l’Italia, la Spagna e la Francia di Vichy, batte l’Inghilterra nell’autunno del 1941. Durante l’estate successiva viene sferrato un attacco di quattro milioni di soldati contro l’Unione Sovietica. Quest’ultima capitola nel 1944, ma alcune ridotte siberiane portano avanti una guerra a bassa intensità. Nella primavera del 1946 truppe europee dall’est e giapponesi dall’ovest attaccano gli Stati Uniti. Nell’inverno del 1946 cadono New York, Boston, Washington, Richmond, San Francisco, Los Angeles; la fanteria e i panzer tedeschi attraversano gli Appalachi; i canadesi indietreggiano verso l’interno del paese; il governo degli Stati Uniti si installa a Kansas City e la sconfitta plana su tutti i fronti. Nel 1948 c’è la capitolazione. L’Alaska, parte della California e parte del Messico passano al Giappone. Il resto fa parte dell’America occupata dalla Germania. Tutto quanto accade in precedenza Harry Sibelius lo spiega svogliatamente nelle prime dieci pagine dell’introduzione. Quest’introduzione (in realtà una sorta di date chiave per collocare rapidamente il lettore nella storia) si intitola Volo d’uccello. A partire di qui inizia il romanzo, Il vero figlio di Giobbe, 1.333 pagine, specchio nero de L’Europa di Hitler, di Arnold J. Toynbee.

Il libro è strutturato sul modello dell’opera dello storico inglese. La seconda introduzione (in realtà, l’autentico prologo) si intitola L’inapprensibilità della Storia, esattamente come il prologo di Toynbee; la frase di quest’ultimo: «La visione dello storico è sempre e comunque condizionata dalla sua stessa ubicazione nel tempo e nello spazio; e siccome il tempo e lo spazio sono in continuo mutamento, nessuna storia, nel senso stretto del termine, potrà mai essere un racconto permanente che narri, una volta per sempre, tutto in modo che sia accettabile per i lettori di ogni epoca, nemmeno per ogni parte della Terra» costituisce uno dei motivi di riflessione intorno a cui ruota il prologo di Sibelius; le sue intenzioni, naturalmente, differiscono da quelle di Toynbee. Il professore inglese in ultima istanza lavora affinché il crimine e l’ignominia non cadano nell’oblio. Il romanziere virginiano a tratti sembra credere che in qualche parte «del tempo e dello spazio» quel crimine si sia assestato vittoriosamente e procede, quindi, a inventariarlo.

La prima parte del libro di Toynbee si intitola La Strutura politica dell’Europa di Hitler, quella di Sibelius, La struttura politica dell’America di Hitler, entrambe constano di sei capitoli, ma ciò che in Toynbee è realtà, in Sibelius è un riflesso distorto attraverso un perfetto intreccio di storie. I suoi personaggi, che certe volte sembrano tratti da un romanzo russo (Guerra e pace è tra i suoi libri preferiti) e certe altre da un cartone animato, si muovono, parlano, vivono seppur  il più delle volte senza la minima continuità, in capitoli largamente antiromanzeschi,  come il quarto, Amministrazione, nel quale Sibelius immagina fin nei minimi particolari la vita 1) nei territori annessi, 2) nei territori posti sotto un capitano civile, 3) nei territori aggregati, 4) nei territori occupati, e 5) nelle Zone delle Operazioni.

Non è raro che a un personaggio dedichi venti pagine, e per di più venti pagine solo per presentarlo al lettore con le sue caratteristiche fisiche, morali, i suoi gusti gastronomici e sportivi, le sue ambizioni e frustrazioni, e poi che il personaggio non ricompaia più per tutto il resto del romanzo, mentre altri personaggi appena nominati, quasi di sfuggita ricompaiano più volte, in luoghi geograficamente distanti e con occupazioni diverse quando non chiaramente opposte e incompatibili. Le sue descrizioni del funzionamento della macchina burocratica sono implacabili. Il quarto capitolo della seconda parte, I Trasporti, suddiviso in a) La situazione dei trasporti tedeschi e americani allo scoppio della guerra, b) Gli effetti della guerra sui trasporti tedeschi e americani, c) I metodi tedeschi di controllo dei trasporti in tutta l’America, e d) Organizzazione tedesca dei trasporti americani, duecentocinquanta pagine in tutto, risulta noioso per qualsiasi lettore non qualificato.

Non sempre le sue storie sono originali. I suoi personaggi non lo sono quasi mai. Nel terzo capitolo della seconda parte, L’industria e le materie prime, capita di incontrare Harry Morgan e Robert Jordan, tratti da Hemingway, accanto a figure dei romanzi di Robert Heinlein e trame prese dal Reader’s Digest. Nel settimo capitolo, Le finanze, apparato b) Lo sfruttamento tedesco dei paesi stranieri, il lettore più avveduto riconoscerà (talvolta Sibelius non si perde neppure il disturbo di cambiare i nomi!) i vari Sartoris, Benbow e Snopes di Faulkner (nel sottocapitolo “Le Reichkreditkassen”), Bambi di Walt Disney  e Myra Breckinridge e John Cave di Gore Vidal (in “La requisizione dell’oro e dei beni stranieri”), Rossella O’Hara e Rhett Butler accanto agli Hersland e ai Dehning di Gertrude Stein –il che spinge un critico mordace a domandarsi se Sibelius fosse l’unico americano ad avere letto The Making of teh Americans – (in I costi di occupazione e altre imposizioni di tributi), diversi personaggi di Dos Passos insieme all’Holly Golightly di Capote e a Ripley, Charles Bruno e Guy Daniel Haines di Patricia Highsmith (in Gli accordi di Clearing), Sam Pase di Hammett e Eliot Rosewater, Howard Campbell e Bokonon di Kurt Vonnegut (in La manipolazione delle valute) e Amory Blaine, il Grande Gatsby e Monrsoe Stahr di Scott Fitzgerald insieme a figure tratte dalle poesie di Robert Frost e Wallace Stevens, vale a dire personaggi piuttosto astratti, parziali, composti di luci e di ombre (in Il controllo tedesco del sistema bancario americano).

Le sue storie, le mille storie che s’incrociano senza causa né effetto apparente nel Vero figlio di Giobbe, non obbediscono a un piano ordinato, non aspirano (come ha assurdamente suggerito un critico di New York paragonando il romanzo a Guerra e Pace) a dare una visione d’insieme. Le storie di Sibelius accadono perché accadono, e basta, sono il frutto di un caso abbandonato alla sua inerzia, sovrano, fuori del tempo e dello spazio umani, quasi agli albori di una nuova era nella quale la percezione spazio-temporale comincia a subire una metamorfosi radicale e addirittura ada annullarsi. Sibelius ci parla dell’ordinamento politico, economico e militare della nuova America ed è intellegibile. CI parla del nuovo ordine religioso, razziale, giudiziario, industriale con obiettività e chiarezza. Il suo forte è l’Amministrazione. Ma quando i suoi personaggi, presi a prestito o meno, quando le sue storie, prese a prestito o meno, invadono e sovrastano la macchina burocratica che con tanto sforzo lui stesso ha messi in moto, è lì che raggiunge, allora sì, i più alti traguardi narrativi. Nella confusione delle sue storie –nella loro inevitabilità- si trova il miglior Sibelius. L’unico Sibelius, almeno per quanto attiene alla letteratura.

Dopo la pubblicazione del romanzo, Harry Sibelius si ritirò silenziosamente come era arrivato. Scrisse articoli per varie rivistee fanzine di wargame degli Stati Uniti. E collaborò alla progettazione di alcuni giochi: un Antietam, un Chancellorsville, un Gattysburg operazionale, un Wilderness 1864 tattico, uno Shiloh, un Bull Run…

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Se una notte d’inverno un telespettatore

“La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono”

Italo Calvino

1 eternauta

Una sera  torni a casa, accendi la televisione e guardi “Gli anni spezzati“. Potresti cenare con gli avanzi del giorno prima, rileggere le note di Infinite Jest, fare l’amore con una balena o telefonare a tua madre. Potresti persino caricare la lavatrice e restartene a fissare il cestello che gira, ma alla fine  decidi di farti male davvero e  ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di  cattiva fiction -ammesso che ne esista una buona- e quando te ne vai a letto hai la pancia in subbuglio e  la testa piena di dubbi. La vicenda di Giuseppe Pinelli te la ricordavi un po’ diversa, diciamo pure più complicata. Il fatto è che la Storia la scrivono i vincitori e poi, all’occorrenza, la riscrivono gli autori televisivi. Va bene, nessuno si aspetta la verità sugli anni settanta da uno sceneggiato Rai. Puoi fartene una ragione, chiudere gli occhi e sperare di non sognare il faccione di Emilio Solfrizzi.

"Ho vinto ho vinto! La maestra ci ha detto di fare il disegno del nostro supereroe preferito e io ho disegnato il nostro cane magico. E il mio supereroe era il più bello"

“Ho vinto ho vinto! La maestra ci ha detto di fare il disegno del nostro supereroe preferito e io ho disegnato il nostro cane magico. E il mio supereroe era il più bello”

Una sera torni a casa, accendi la televisione e guardi “Don Matteo”. Potresti, revisionare la tua tesi di laurea per la terza volta, pulire il forno, invitare a cena un amico ingegnere o piegare le mutande. Potresti persino guardare le foto del matrimonio di tua cugina e commentarl
e una ad una, ma alla fine decidi di farti male davvero e ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di cattiva fiction – ammesso che ne esista una buona -e quando te ne vai a letto hai lo stomaco in subbuglio e la testa piena di dubbi. Per quanto ti sforzi di comprendere, non riesci a spiegarti perché una bambina di cinque anni debba disegnare il marchio dell’Eni e presentarlo al pubblico come il suo “amico magico”. Si chiama marketing, e questo lo sai bene. Ma la scelta di far passare un messaggio pubblicitario per le mani di una ragazzina, proprio ti sfugge.

Una sera torni a casa, accendi la televisione e guardi “Romanzo criminale”. Potresti sbrinare il frigorifero, partecipare alla riunione di condominio bimestrale, riordinare le fatture o sfidare uno sconosciuto a Ruzzle. Potresti persino riorganizzare la tua collezione di sottobicchieri, ma alla fine decidi di farti male davvero e ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di…

 

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Mi ha ammazzato David Foster Wallace

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Non si esce vivi da una discussione su David Foster Wallace, specie al Pigneto e soprattutto dopo le otto di sera. In certi ambienti, dare alle fiamme un libro di Danielle Steel è quasi un esercizio culturale; tirarsi giù i calzoni e pisciare su un romanzo di Paolo Giordano è addirittura un evento auspicabile. Ma sussurrare in un orecchio amico che David Foster Wallace non fa per voi è un attentato al copro sacro della Letteratura.
Esistono regole tribali che non vanno trasgredite, e mettere in dubbio la brillantezza di un capolavoro  come “
Infinite Jest” è una di queste. A me piacciono Jack London e Jules Verne perché sono un lettore piccolo e senza orizzonti. Se devo spaccarmi la testa su un romanzo di oltre mille pagine, preferisco la meccanica al lento stillicidio del rigo dopo rigo. E’ un mio limite, lo ammetto. E con questo non voglio negare che David Foster Wallace sia un signor narratore. Solamente non me ne intendo, e lascio volentieri ad altri estetica e filologia delle sue straordinarie opere. Vivo in pace con le piante, gli animali e i lettori in generale, e quando esprimo un pensiero mi piacerebbe non dover subire conseguenze nefaste. Esagero, lo faccio sempre. Eppure provateci voi a entrare in un bar pieno di poeti-laureati e dire che “La ragazza dai capelli strani” non vi è sembrato un gran che. In un lampo, una specie di mossadim invasato vi raggiungerà per inchiodarvi al muro con le vostra stessa presunta ignoranza. Spritz alla mano, il nostro artista dell’ultimo aperitivo metterà su un apologia del suo autore preferito che avrà come unico scopo il vostro totale annichilimento. Questo genere di colto avventore di enoteche si è addestrato per anni nei campus universitari di mezzo mondo ed è perfettamente in grado di uccidervi a colpi di mezze frasi. E’ un professionista del vaniloquio da far invidia a certi politici -che stranamente detesta- e tentare una contr’offensva non farebbe che peggiorare la situazione.  Meglio restare calmi, bere alcol a profusione, cercare un punto qualsiasi sulla parete e fissarlo fino a perdere la ragione. Mantenete un basso profilo e potreste perfino cavarvela. Fate un passo falso; provate a dire la vostra e per voi sarà la fine. Non si esce vivi da un discussione su David Foster Wallace, specie al Pigneto e soprattutto dopo le otto di sera. Ma se proprio non avete intenzione di darla vinta al critico letterario di turno, non vi resta che un’alternativa. Al terzo accenno a “Infinite Jest” fingete di essere davvero interessati al romanzo. Mostratevi pentiti e sulla via della redenzione, fate qualche domanda a caso sulla storia e poi, dopo aver ammorbidito per bene il vostro castigatore, chiedetegli di farvi vedere il libro. Certi paladini della letteratura ne tengono sempre una copia a portata di mano. Con quella roba ci lavorano quotidianamente, ci fanno carriera e ci si procurano anche da scopare. Separarsene, per loro, è semplicemente impensabile. Sfruttate questa piccola debolezza, fatelo rapidamente: afferrate il pesante volume con entrambe le mani e usatelo per colpirvi vigorosamente in testa.  Un unica botta ben assestata vi ucciderà in un istante, risparmiandovi un lungo supplizio e togliendo al vostro boia il piacere di annientarvi a suon di cazzate. 

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