Il cavaliere, la morte e l’Ilva

“E intorno a lui aleggiava il fastidio di dover ritardare la solita, puntuale, quasi leggendaria uscita mattutina per recarsi al grattacielo delle Industrie Riunite: dal più alto piano del quale, quasi in confidenza col cielo, prendeva le quotidiane e sempre giuste decisioni per cui il paese intero si teneva sul filo del benessere, della ricchezza: avendo però da un lato lo strapiombo della miseria, dall’altro quello della peste”.

Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, 1988

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Borges era più felice di me

La ricerca (fallimentare) della felicità

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Borges  era più felice di me; Sciascia pure. A voi sembrerà una roba da niente ma io per questa cosa mi ci sto guastando il fegato. La colpa è di Durrenmatt e, soprattutto, di Vincenzo.  Non fosse stato per loro, difficilmente sarei venuto a conoscenza di una simile verità e mi sarei risparmiato una bella sofferenza. Uno svizzero e un calabrese dovrebbero incontrarsi solamente a Lugano, seduti a due tavoli di distanza in un caffé del centro, e non dovrebbero mai rivolgersi la parola.  L’uomo non ha il diritto di  unire ciò che la geografia ha separato e quando decide di farlo, come nel mio caso, dovrebbe quantomeno essere pronto ad accettarne  le conseguenze. Io e Vincenzo facciamo lo stesso sporco mestiere e, dato che il novanta percento della nostra giornata lavorativa si consuma in un’interminabile attesa, ce ne stiamo spesso imboscati a chiacchierare. I nostri argomenti preferiti sono: mafia, malaffare, mal-di-lavoro, storia e libri. A volte proviamo anche a discettare di calcio ma, essendo lo sfortunato collega  un appassionato tifoso della Reggina, il dialogo tira sempre alla noia più desolante. Quindi, tra una strage di mafia e una Conferenza di Monaco, una volta rinnovata la quotidiana tradizione dell’agiografia di Ciccio Cozza -unico, vero profeta del football neo-borbonico- io e il compagno Vincenzo finiamo sempre per scivolare sul grande tema della letteratura. Lui ne sa parecchio e io cerco di stargli dietro. Per questo, quando qualche settimana fa mi ha suggerito di leggere almeno un romanzo di Sciascia,  non ho potuto fare a meno di precipitarmi in libreria e comprarne uno.  Mi avesse detto di leggere Gioacchino da Fiore, mi sarei dato all’escatologia e non avrei perso tempo a paragone la mia felicità con quella di Sciascia prima e di Borges dopo. E’ questo il motivo per cui lo ritengo in buona misura responsabile del mio attuale stato di malessere. Poca cosa, direte voi con un pizzico di insensibilità. E poi, che c’entra Durrenmatt?

Ebbene, fatevi più comprensivi e  riflettete sul caso. In gioventù, mi è capitato di leggere una novella di Durrenmatt  intitolata Il sospetto. Un bel lavoretto, costruito su una citazione da Il cavaliere e la morte di Sciascia, appunto. Nulla di strano, dunque, se invece di portarmi a casa il più famoso Il giorno della civetta,   la mia curiosità sia andata a parare proprio lì dove aveva già ficcato il naso  quel diavolaccio  di un figlio di pastore elvetico. Insomma non fosse stato per Vincenzo e per Durrenmatt, non sarei mai arrivato a leggere Il Cavaliere e la morte e adesso non misurerei la mia felicità con quella di Sciascia e di Borges.

Ancora poca cosa, direte voi. E poi, che diamine c’azzeccanno gioie e dolori con tutta questa noiosa faccenda?

Con disciplina, marinai! Ecco che ci apprestiamo al punto!  A colpirmi come un pugno nelle costole, per prima cosa, è stato questo passaggio del Cavaliere e la morte:

Finì di rileggersi L’isola del tesoro: qualcosa, ancora, che somigliava alla felicità“.

Sciascia lo infila tra i pensieri del personaggio principale del racconto, il Vice, a poche righe dalla conclusione della storia. Qualche pagina prima, recitando il rovescio della stessa medaglia, il protagonista si esprime invece questi termini:

Accadeva qualcosa di simile all’inflazione, ma di atroce introversione: quel piccolo gruzzolo di gioia che in una vita si riusciva a mettere assieme, quel male efferatamente andava divorandoselo. Ma forse tutto nel mondo andava accadendo a somiglianza dell’inflazione, la moneta del vivere ogni giorno perdeva di valore; la vita intera era una specie di vacua euforia monetaria senza più alcun poter d’acquisto. La copertura ora -del sentimento, del pensiero- era stata dilapidata; le cose vere avevano un prezzo irraggiungibile, addirittura ignoto”.

Da una parte un accesso di patetismo quasi puerile, dall’altra il crudo cinismo di un uomo condannato a morte dal lento stillicidio del disincanto, ancora prima che dal cancro che lo sta divorando. In mezzo, tutta la vicenda del sotie: il delitto, la corruzione, l’uomo talmente cattivo da poter fare a meno del diavolo, l’intreccio del romanzo. Un filo rosso che, da periodo a periodo, suggerisce l’unico strada percorribile per arrivare alla felicità: abbandonare per un breve momento la lettura disillusa del mondo per gettarsi alla ricerca dello stupore giovanile. Un sentiero da percorrere a ritroso, muovendo dalla grettezza della maturità per arrivare  fino all’epoca in cui per Jim Hawkins -e per noi tutti- il tesoro dell’isola di Stevenson era un mistero non ancora risolto.

In buona sostanza, leggendo Il Cavaliere e la morte -che di per se è un’opera molto triste- mi è parso di capire che Sciascia avesse scoperto una corsia preferenziale per la felicità istantanea, e per un paio di giorni ci ho creduto davvero.  Sono tornato in libreria e ho acquistato l’unica copia dell’Isola del Tesoro che ho trovato in circolazione.

Fin dall’infanzia, Robert Louis Stevenson è stato per me una delle forme della felicità” (J.L.Borges)

Quando ho letto questa frase sulla quarta di copertina della mia edizione, mi sono tremate le vene dei polsi. Eureka, credo di aver esclamato da qualche parte dentro di me. Ci siamo, la mia intuizione deve essere corretta. Borges è uno che ha scritto La storia dell’eternità, può tranquillamente insegnarmi cos’è la gioia. Può insegnarmi persino a pisciare. Può fare qualsiasi cosa, pure se è ceco e trapassato. E’ Borges, cazzo. Qui non si tratta solo di Sciascia, è una cosa ultra-seria. Può anche darsi che ci sia sotto una setta di adoratori dell’Isola del Tesoro. Gente che vive da trecento anni e si tramanda il talismano della contentezza dal 17xx…

E allora mi butto sull’Isola come se non avessi null’altro da fare. La locanda, Billy Bones, Jim, il padre di Jim che crepa, Cane Nero, Pew, la madre di Jim, il cavaliere, il dottore, la macchia nera, Billy Bones che ci resta secco col rum, l’attacco alla locanda, la cassetta di Billy Bones, la mappa, il vecchio guardaboschi-maggiordomo, la spedizione, Filnt che è già morto e sepolto, Long John Silver, i filibustieri, il capitano Smallat, Bristol, l’Hispaniola, la navigazione, il barile delle mele, l’isola del tesoro, lo sbarco, la rivolta, le lance, lo sbarco, il fortino, le provviste, l’assalto al fortino, Ben Gun, la piroga, il Jolly Roger tirato giù dall’Hispaniola, Jim e le pistole, Jim e il coltello, Jim l’eroe, il ritorno di Jim al fortino, Jim prigioniero, il doppio gioco di Silver, il destino incrociato di Jim e Silver, la ricerca del tesoro, la fine dell’avventura, il carico dell’oro, i pirati superstiti abbandonati sull’isola, la fuga di Silver, il rientro a Bristol. Fine.

Della felicità di cui parlavano Sciascia e Borges, però, nessuna traccia. Nulla, nada, niente di niente. Ho mandato quasi a memoria un intero racconto per ragazzi, credendo che fosse la cosa che più si avvicinasse alla gioia e non ne ho cavato un fico secco. Povero me, condannato in eterno al riso, senza nemmeno la grazia di un sorriso.  Forse avrei dovuto rileggere Robinson Crusoe, che da piccolo tanto mi era piaciuto; oppure, Barnabo delle montagne, che ancora mi pare la più favolosa opera di narrativa di tutti i tempi. Avrei dovuto cercarmi qualcosa che facesse al caso mio, ma sono stato troppo pigro e troppo pavido. E se non avesse funzionato? Avrei dovuto dire addio alla meraviglia, una volta per tutte. Un caso terribile, dal quale è preferibile tenersi alla larga. Meglio non sperimentare. Prendersela con Durrenmatt e Vincenzo, piuttosto. E farsi il sangue amaro perché Sciascia e Borges -loro sì-   hanno mantenuto  il coraggio di ricominciare la caccia al tesoro una volta e una volta ancora, fino alla fine.  A ben vedere Borges era più felice di me; Sciascia pure. Io però resto molto più allegro di Majakovskji, di Mishima e di Agostino. Ogni tanto vado a una festa di compleanno o a un matrimonio e non me la passo poi tanto male.

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Sono morto a causa di una serie infinita di coincidenze

“Tutto è stato detto cento volte
E molto meglio che da me
Sicché quando scrivo versi
E’ che ciò mi diverte
E’ che ciò mi diverte
E che ciò mi diverte e vi cago sul naso”

(Boris Vian, Tutto è stato già detto cento volte)

 

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Nel romanzo che porta il suo nome, Martin Eden si uccide gettandosi nell’oceano dopo aver letto una poesia di Longfellow.

“Il mare è immobile e profondo;
dormono le creature che abitano nel suo seno;
un solo passo e tutto è finito,
un tuffo, una bolla, e più nulla”

La cosa non è certissima, ma pare che anche Jack London  sia morto suicida, stroncato da un’overdose di antidolorifici più o meno sette anni dopo aver scritto Martin Eden.

Io ho letto un sacco di poesie e di romanzi di Jack London, ma sono ancora vivo e non penso mai al suicidio.

Pure Hugo Pratt ha letto qualcosa di London, e in un paio dei suoi fumetti spuntano figure prese in prestito da “Le mille e una morte“. Pierre La Reine nelle tavole di “Teste e funghi” e Subienkow nel racconto “Perdifaccia” condividono lo stesso destino.Entrambi, infatti, riescono ad uccidersi prima che il boia possa cominciare a torturarli. I mirmidoni, in Ovidio, fanno esattamente la stessa cosa: si impiccano in massa per non soffrire l’agonia della peste. Ovidio è nato un bel po’ di tempo prima di Jack London. E Jack London, a sua volta, è morto molto prima che nascesse Hugo Pratt. Nel 1995, più o meno nello stesso periodo in cui è scomparso Pratt, Daniel Pennac aveva praticamente già concluso il ciclo di Malaussène. In uno dei libri della saga, un uomo barbaramente torturato arriva a  pensare che nemmeno la morte posso liberarlo dal dolore.

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Ho letto un sacco di romanzi di Jack London  e di Pennac ma non penso quasi mai alla tortura e neppure ad ammazzarmi. Forse anche perché ascolto sempre un po’di musica che, come si sa, fa molto bene ai nervi e scaccia le ossessioni. Quando ascolto “La guerra di Piero“, di Fabrizio De Andrè, ad esempio, mi viene subito in mente Jack London. De Andrè magari non lo sapeva neppure, ma il tema del soldato che tentenna di fronte al nemico, perde l’occasione di sparare per primo e poi viene ucciso dall’altro, era già stato proposto da London in un racconto intitolato “La guerra“.

Ho letto un sacco di libri di Jack London, di Borges e di Pennac ma non penso quasi mai alla guerra, e nemmeno ad ammazzarmi. Forse perché  ascolto sempre un po’ di musica che, come si sa, fa molto bene ai nervi e scaccia le ossessioni. Certe volte, ad esempio, metto su qualche canzone di Boris Vian,  e mi viene in mente Jorge Luis Borges. Nei primissimi anni 50, Vian -che nella vita non aveva studiato da letterato ma da ingegnere- scrisse una piccola poesia intitolata “Tutto è stato detto cento volte“. Borges, che sulla faccenda dell’infinito e della ciclicità del tempo la sapeva lunga, piu’ o meno nello stesso perido, scriveva “Altra poesia dei  doni”.

Ho letto un sacco libri di Jack London, di Borges e di Vian. Quelli di Borges non li ho capiti sempre alla perfezione ma non penso di ammazzarmi. Anche perché, a dar retta a lui,  in qualche modo sono già morto.

“Per Whitman e Francesco d’Assisi, che già scrissero questa poesia
Per il fatto che la poesia è inesuribile
E si confonde con la totalità degli esseri
E non giungerà mai all’ultimo verso
E muta secondo gli uomini”

(Jorge Luis Borges, Altra poesia dei doni)

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Coccodrillo per Harry Sibelius (Richmond 1949 – Richmond 2014)

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Furono le letture di Norman Spinard e di Philip K. Dick e forse la posteriore riflessione su un racconto di Borges a indurre Harry Sibelius a scrivere una delle opere più complesse, più dense e probabilmente più inutili dell’epoca. Il romanzo, perché proprio di un romanzo si tratta e non di un libro di storia, è in apparenza semplice. Il presupposto è questo: la Germania, alleata con l’Italia, la Spagna e la Francia di Vichy, batte l’Inghilterra nell’autunno del 1941. Durante l’estate successiva viene sferrato un attacco di quattro milioni di soldati contro l’Unione Sovietica. Quest’ultima capitola nel 1944, ma alcune ridotte siberiane portano avanti una guerra a bassa intensità. Nella primavera del 1946 truppe europee dall’est e giapponesi dall’ovest attaccano gli Stati Uniti. Nell’inverno del 1946 cadono New York, Boston, Washington, Richmond, San Francisco, Los Angeles; la fanteria e i panzer tedeschi attraversano gli Appalachi; i canadesi indietreggiano verso l’interno del paese; il governo degli Stati Uniti si installa a Kansas City e la sconfitta plana su tutti i fronti. Nel 1948 c’è la capitolazione. L’Alaska, parte della California e parte del Messico passano al Giappone. Il resto fa parte dell’America occupata dalla Germania. Tutto quanto accade in precedenza Harry Sibelius lo spiega svogliatamente nelle prime dieci pagine dell’introduzione. Quest’introduzione (in realtà una sorta di date chiave per collocare rapidamente il lettore nella storia) si intitola Volo d’uccello. A partire di qui inizia il romanzo, Il vero figlio di Giobbe, 1.333 pagine, specchio nero de L’Europa di Hitler, di Arnold J. Toynbee.

Il libro è strutturato sul modello dell’opera dello storico inglese. La seconda introduzione (in realtà, l’autentico prologo) si intitola L’inapprensibilità della Storia, esattamente come il prologo di Toynbee; la frase di quest’ultimo: «La visione dello storico è sempre e comunque condizionata dalla sua stessa ubicazione nel tempo e nello spazio; e siccome il tempo e lo spazio sono in continuo mutamento, nessuna storia, nel senso stretto del termine, potrà mai essere un racconto permanente che narri, una volta per sempre, tutto in modo che sia accettabile per i lettori di ogni epoca, nemmeno per ogni parte della Terra» costituisce uno dei motivi di riflessione intorno a cui ruota il prologo di Sibelius; le sue intenzioni, naturalmente, differiscono da quelle di Toynbee. Il professore inglese in ultima istanza lavora affinché il crimine e l’ignominia non cadano nell’oblio. Il romanziere virginiano a tratti sembra credere che in qualche parte «del tempo e dello spazio» quel crimine si sia assestato vittoriosamente e procede, quindi, a inventariarlo.

La prima parte del libro di Toynbee si intitola La Strutura politica dell’Europa di Hitler, quella di Sibelius, La struttura politica dell’America di Hitler, entrambe constano di sei capitoli, ma ciò che in Toynbee è realtà, in Sibelius è un riflesso distorto attraverso un perfetto intreccio di storie. I suoi personaggi, che certe volte sembrano tratti da un romanzo russo (Guerra e pace è tra i suoi libri preferiti) e certe altre da un cartone animato, si muovono, parlano, vivono seppur  il più delle volte senza la minima continuità, in capitoli largamente antiromanzeschi,  come il quarto, Amministrazione, nel quale Sibelius immagina fin nei minimi particolari la vita 1) nei territori annessi, 2) nei territori posti sotto un capitano civile, 3) nei territori aggregati, 4) nei territori occupati, e 5) nelle Zone delle Operazioni.

Non è raro che a un personaggio dedichi venti pagine, e per di più venti pagine solo per presentarlo al lettore con le sue caratteristiche fisiche, morali, i suoi gusti gastronomici e sportivi, le sue ambizioni e frustrazioni, e poi che il personaggio non ricompaia più per tutto il resto del romanzo, mentre altri personaggi appena nominati, quasi di sfuggita ricompaiano più volte, in luoghi geograficamente distanti e con occupazioni diverse quando non chiaramente opposte e incompatibili. Le sue descrizioni del funzionamento della macchina burocratica sono implacabili. Il quarto capitolo della seconda parte, I Trasporti, suddiviso in a) La situazione dei trasporti tedeschi e americani allo scoppio della guerra, b) Gli effetti della guerra sui trasporti tedeschi e americani, c) I metodi tedeschi di controllo dei trasporti in tutta l’America, e d) Organizzazione tedesca dei trasporti americani, duecentocinquanta pagine in tutto, risulta noioso per qualsiasi lettore non qualificato.

Non sempre le sue storie sono originali. I suoi personaggi non lo sono quasi mai. Nel terzo capitolo della seconda parte, L’industria e le materie prime, capita di incontrare Harry Morgan e Robert Jordan, tratti da Hemingway, accanto a figure dei romanzi di Robert Heinlein e trame prese dal Reader’s Digest. Nel settimo capitolo, Le finanze, apparato b) Lo sfruttamento tedesco dei paesi stranieri, il lettore più avveduto riconoscerà (talvolta Sibelius non si perde neppure il disturbo di cambiare i nomi!) i vari Sartoris, Benbow e Snopes di Faulkner (nel sottocapitolo “Le Reichkreditkassen”), Bambi di Walt Disney  e Myra Breckinridge e John Cave di Gore Vidal (in “La requisizione dell’oro e dei beni stranieri”), Rossella O’Hara e Rhett Butler accanto agli Hersland e ai Dehning di Gertrude Stein –il che spinge un critico mordace a domandarsi se Sibelius fosse l’unico americano ad avere letto The Making of teh Americans – (in I costi di occupazione e altre imposizioni di tributi), diversi personaggi di Dos Passos insieme all’Holly Golightly di Capote e a Ripley, Charles Bruno e Guy Daniel Haines di Patricia Highsmith (in Gli accordi di Clearing), Sam Pase di Hammett e Eliot Rosewater, Howard Campbell e Bokonon di Kurt Vonnegut (in La manipolazione delle valute) e Amory Blaine, il Grande Gatsby e Monrsoe Stahr di Scott Fitzgerald insieme a figure tratte dalle poesie di Robert Frost e Wallace Stevens, vale a dire personaggi piuttosto astratti, parziali, composti di luci e di ombre (in Il controllo tedesco del sistema bancario americano).

Le sue storie, le mille storie che s’incrociano senza causa né effetto apparente nel Vero figlio di Giobbe, non obbediscono a un piano ordinato, non aspirano (come ha assurdamente suggerito un critico di New York paragonando il romanzo a Guerra e Pace) a dare una visione d’insieme. Le storie di Sibelius accadono perché accadono, e basta, sono il frutto di un caso abbandonato alla sua inerzia, sovrano, fuori del tempo e dello spazio umani, quasi agli albori di una nuova era nella quale la percezione spazio-temporale comincia a subire una metamorfosi radicale e addirittura ada annullarsi. Sibelius ci parla dell’ordinamento politico, economico e militare della nuova America ed è intellegibile. CI parla del nuovo ordine religioso, razziale, giudiziario, industriale con obiettività e chiarezza. Il suo forte è l’Amministrazione. Ma quando i suoi personaggi, presi a prestito o meno, quando le sue storie, prese a prestito o meno, invadono e sovrastano la macchina burocratica che con tanto sforzo lui stesso ha messi in moto, è lì che raggiunge, allora sì, i più alti traguardi narrativi. Nella confusione delle sue storie –nella loro inevitabilità- si trova il miglior Sibelius. L’unico Sibelius, almeno per quanto attiene alla letteratura.

Dopo la pubblicazione del romanzo, Harry Sibelius si ritirò silenziosamente come era arrivato. Scrisse articoli per varie rivistee fanzine di wargame degli Stati Uniti. E collaborò alla progettazione di alcuni giochi: un Antietam, un Chancellorsville, un Gattysburg operazionale, un Wilderness 1864 tattico, uno Shiloh, un Bull Run…

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Se una notte d’inverno un telespettatore

“La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono”

Italo Calvino

1 eternauta

Una sera  torni a casa, accendi la televisione e guardi “Gli anni spezzati“. Potresti cenare con gli avanzi del giorno prima, rileggere le note di Infinite Jest, fare l’amore con una balena o telefonare a tua madre. Potresti persino caricare la lavatrice e restartene a fissare il cestello che gira, ma alla fine  decidi di farti male davvero e  ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di  cattiva fiction -ammesso che ne esista una buona- e quando te ne vai a letto hai la pancia in subbuglio e  la testa piena di dubbi. La vicenda di Giuseppe Pinelli te la ricordavi un po’ diversa, diciamo pure più complicata. Il fatto è che la Storia la scrivono i vincitori e poi, all’occorrenza, la riscrivono gli autori televisivi. Va bene, nessuno si aspetta la verità sugli anni settanta da uno sceneggiato Rai. Puoi fartene una ragione, chiudere gli occhi e sperare di non sognare il faccione di Emilio Solfrizzi.

"Ho vinto ho vinto! La maestra ci ha detto di fare il disegno del nostro supereroe preferito e io ho disegnato il nostro cane magico. E il mio supereroe era il più bello"

“Ho vinto ho vinto! La maestra ci ha detto di fare il disegno del nostro supereroe preferito e io ho disegnato il nostro cane magico. E il mio supereroe era il più bello”

Una sera torni a casa, accendi la televisione e guardi “Don Matteo”. Potresti, revisionare la tua tesi di laurea per la terza volta, pulire il forno, invitare a cena un amico ingegnere o piegare le mutande. Potresti persino guardare le foto del matrimonio di tua cugina e commentarle una a una, ma alla fine decidi di farti male davvero e ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di cattiva fiction – ammesso che ne esista una buona -e quando te ne vai a letto hai lo stomaco in subbuglio e la testa piena di dubbi. Per quanto ti sforzi di comprendere, non riesci a spiegarti perché una bambina di cinque anni debba disegnare il marchio dell’Eni e presentarlo al pubblico come il suo “amico magico”. Si chiama marketing, e questo lo sai bene. Ma la scelta di far passare un messaggio pubblicitario per le mani di una ragazzina, proprio ti sfugge.

Una sera torni a casa, accendi la televisione e guardi “Romanzo criminale”. Potresti sbrinare il frigorifero, partecipare alla riunione di condominio bimestrale, riordinare le fatture o sfidare uno sconosciuto a Ruzzle. Potresti persino riorganizzare la tua collezione di sottobicchieri, ma alla fine decidi di farti male davvero e ti piazzi davanti allo schermo. Ti sorbisci due ore di…

 

 

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Mi ha ammazzato David Foster Wallace

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Non si esce vivi da una discussione su David Foster Wallace, specie al Pigneto e soprattutto dopo le otto di sera. In certi ambienti, dare alle fiamme un libro di Danielle Steel è quasi un esercizio culturale; tirarsi giù i calzoni e pisciare su un romanzo di Paolo Giordano è addirittura un evento auspicabile. Ma sussurrare in un orecchio amico che David Foster Wallace non fa per voi è un attentato al copro sacro della Letteratura.
Esistono regole tribali che non vanno trasgredite, e mettere in dubbio la brillantezza di un capolavoro  come “
Infinite Jest” è una di queste. A me piacciono Jack London e Jules Verne perché sono un lettore piccolo e senza orizzonti. Se devo spaccarmi la testa su un romanzo di oltre mille pagine, preferisco la meccanica al lento stillicidio del rigo dopo rigo. E’ un mio limite, lo ammetto. E con questo non voglio negare che David Foster Wallace sia un signor narratore. Solamente non me ne intendo, e lascio volentieri ad altri estetica e filologia delle sue straordinarie opere. Vivo in pace con le piante, gli animali e i lettori in generale, e quando esprimo un pensiero mi piacerebbe non dover subire conseguenze nefaste. Esagero, lo faccio sempre. Eppure provateci voi a entrare in un bar pieno di poeti-laureati e dire che “La ragazza dai capelli strani” non vi è sembrato un gran che. In un lampo, una specie di mossadim invasato vi raggiungerà per inchiodarvi al muro con le vostra stessa presunta ignoranza. Spritz alla mano, il nostro artista dell’ultimo aperitivo metterà su un apologia del suo autore preferito che avrà come unico scopo il vostro totale annichilimento. Questo genere di colto avventore di enoteche si è addestrato per anni nei campus universitari di mezzo mondo ed è perfettamente in grado di uccidervi a colpi di mezze frasi. E’ un professionista del vaniloquio da far invidia a certi politici -che stranamente detesta- e tentare una contr’offensva non farebbe che peggiorare la situazione.  Meglio restare calmi, bere alcol a profusione, cercare un punto qualsiasi sulla parete e fissarlo fino a perdere la ragione. Mantenete un basso profilo e potreste perfino cavarvela. Fate un passo falso; provate a dire la vostra e per voi sarà la fine. Non si esce vivi da un discussione su David Foster Wallace, specie al Pigneto e soprattutto dopo le otto di sera. Ma se proprio non avete intenzione di darla vinta al critico letterario di turno, non vi resta che un’alternativa. Al terzo accenno a “Infinite Jest” fingete di essere davvero interessati al romanzo. Mostratevi pentiti e sulla via della redenzione, fate qualche domanda a caso sulla storia e poi, dopo aver ammorbidito per bene il vostro castigatore, chiedetegli di farvi vedere il libro. Certi paladini della letteratura ne tengono sempre una copia a portata di mano. Con quella roba ci lavorano quotidianamente, ci fanno carriera e ci si procurano anche da scopare. Separarsene, per loro, è semplicemente impensabile. Sfruttate questa piccola debolezza, fatelo rapidamente: afferrate il pesante volume con entrambe le mani e usatelo per colpirvi vigorosamente in testa.  Un unica botta ben assestata vi ucciderà in un istante, risparmiandovi un lungo supplizio e togliendo al vostro boia il piacere di annientarvi a suon di cazzate. 

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